Lo stress fa male o fa bene? Una questione di mindset…

  • 11-11-2019
  • Amministratore

Il modo in cui affrontiamo lo stress durante le nostre giornate che, sommate tutte assieme, compongono il puzzle della vita, ha degli effetti sulle nostre funzioni cognitive e biologiche. Il modo in cui consideriamo lo stress influenza le emozioni, gli outcome clinici e le performance.

 

Quando le persone sentono di poter affrontare le diverse situazioni vivono un senso di sfida, quando invece sentono di non poter far fronte alla situazione provano un senso di minaccia. Da un punto di vista fisiologico il senso di sfida provoca un’attivazione del sistema nervoso simpatico; vasodilatazione, aumento dell’efficienza cardiaca ecc. Cambiamenti che dal punto di vista del comportamento non verbale segnalano un orientamento all’approccio. La minaccia, allo stesso modo, provoca una attivazione del sistema nervoso simpatico, ma in modo diverso, l’efficienza cardiaca diminuisce e aumenta la vasocostrizione; segni di orientamento all’evitamento e alla preparazione di una sconfitta. La sfida ha una associazione positiva con gli outcome positivi, mentre, la minaccia mette a repentaglio la capacità di prendere decisioni nel breve periodo e nel lungo periodo. È, inoltre associata, ad invecchiamento cognitivo e a malattie cardiovascolari. I segnali di attivazione vengono spesso interpretati come ansia, portando a risposte inadeguate. La modifica, delle valutazioni cognitive delle risorse, può aiutare a migliorare le risposte fisiologiche. Si è visto che le persone che provano senso di minaccia hanno un bias attentivo; che porta le persone a concentrare l’attenzione sulle minacce, per esempio volti di persone che esprimono emozioni spiacevoli. Il bias attentivo elicita i sentimenti di ansia, ed è legato a diverse condizioni cliniche dello spettro ansioso. In uno studio di Jamieson, Mendes, Nock, (2012) i ricercatori, basandosi sulle ricerche della regolazione emotiva, si sono chiesti se la rivalutazione dell’attivazione della risposta da stress fosse sufficiente a promuovere una risposta fisiologica migliore e una ridotta attenzione agli stimoli negativi. I ricercatori hanno suddiviso i partecipanti in tre condizioni:

1-rivalutazione (veniva spiegato ai partecipanti che l’attivazione è funzionale e migliora la performance)

2- ignorare gli stimoli esterni per controllare l’effetto del bias attentivo

3-nessun intervento (controllo)

I partecipanti avrebbero dovuto tenere un discorso in pubblico durante la quale sarebbero state registrate le risposte cardiovascolari, il tutto seguito da un test attentivo. Dai risultati, i ricercatori trovano che il primo gruppo aveva percepito di aver avuto più risorse a disposizione rispetto agli altri due gruppi. I partecipanti della condizione di rivalutazione avevano una resistenza periferica totale (ottenuta dividendo la pressione arteriosa con i litri al minuto) minore rispetto agli altri due gruppi. Presentavano anche una migliore efficienza cardiaca (misurata in litri al minuto). I partecipanti della condizione di rivalutazione mostravano una riduzione del bias attentivo. Quindi da questi risultati i ricercatori ipotizzano che la rivalutazione delle risposte porti benefici fisiologici e cognitivi. In un altro studio di, Achor, Crum, Salovey (2013) i ricercatori hanno voluto indagare se esistesse un ulteriore variabile che potesse influenzare la risposta allo stress. Hanno chiamato questa variabile “stress mindset”. I ricercatori si sono chiesti se gli stereotipi diffusi sulla negatività dello stress contribuissero agli effetti negativi dello stesso. Per “mindset” i ricercatori intendono delle lenti attraverso cui guardiamo cose, eventi e persone che ci circondano. Anche nella concezione di intelligenza il mindset conta, infatti le persone che hanno una visione incrementale dell’intelligenza migliorano le proprie performance cognitive più di coloro che ne hanno una visione statica. Si è cominciato a parlare di stress mindset poiché al giorno d’oggi il paradosso dello stress non è ancora stato dipanato, infatti, non si sà perché in certi casi lo stress sembra essere positivo e in altri sembra essere negativo. Si è attribuita la sua dualità in primis alla frequenza, intensità e durata. In seguito, questa concezione è stata abbondonata in favore delle strategie di coping (valutazione e mobilitazione delle risorse al fine di combattere lo stress).

I limiti di questi due approcci sono:

  • cercare di ridurre lo stress è difficile e potrebbe essere controindicato
  • I processi di coping sono molto diversificati e possono essere essi stessi fonte di stress
  • Gli approcci di evitamento succitati contribuiscono a perpetrare la mentalità in parte inaccurata e controproducente che lo stress faccia male

I ricercatori in una prima fase hanno sviluppato e validato un questionario chiamato Stress Mindset Measure (SMM). Questo strumento doveva servire a misurare le credenze sullo stress in generale e a misurare le credenze sulla natura di specifici stressors. In una seconda fase gli sperimentatori hanno reclutato 338 partecipanti di una istituzione finanziaria internazionale (popolazione con elevati livelli di stress). Il reclutamento è avvenuto tramite una mail inviata dal reparto delle risorse umane. Vengono misurate altre variabili che influenzano lo stress: strategie di fronteggiamento, valutazioni dello stress percepito, resistenza, ottimismo, ansia, depressione, stato di salute e qualità della vita nella comunità. I risultati di queste misurazioni indicano che lo stress mindset è un forte predittore della buona salute, della soddisfazione personale, delle variabili riferite alla quantità di stress, del coping sociale e del coping adattivo interno. Emerge dai dati, che lo stress mindset sia distinto dalle altre variabili influenzate dallo stress (quantità, intensità e frequenza degli stressors e coping). Secondo i ricercatori i benefici derivanti dalla concentrazione sul mindset è che può essere modificato con facilità. A questo punto è stato predisposto l’esperimento, i 338 partecipanti visionavano dei video di 3 minuti in cui comparivano diversi messaggi sullo stress, riguardanti gli effetti sulla salute, performance e l’apprendimento/crescita. I partecipanti venivano assegnati casualmente a tre diverse condizioni:

  1. Lo stress ci migliora
  2. Lo stress è debilitante
  3. Nessun video

I dati riportavano un miglioramento dello SMM per i partecipanti del primo gruppo, diminuivano per quelli del secondo gruppo e rimaneva invariato per il terzo gruppo. I punteggi sui sintomi psicologici miglioravano per il primo gruppo e, rimanevano invariati per il secondo e terzo gruppo. La performance lavorativa migliorava per il primo gruppo, mentre, per il secondo e terzo gruppo i cambiamenti misurati dai ricercatori non erano significativi. Dai risultati sembra che lo stress mindset possa essere cambiato e sembra migliorare i sintomi psicologici e le performance lavorative. Dopo questi risultati gli stessi ricercatori, in un terzo studio, hanno voluto cercare di comprendere il modo in cui lo stress venisse approcciato a livello comportamentale (desiderio di ricevere un feedback) e come lo stress venisse vissuto da un punto di vista fisiologico. Dal punto di vista fisiologico è stata presa in considerazione la risposta del cortisolo (anche noto come ormone dello stress). Elevati livelli di cortisolo possono essere dannosi per la salute psicologica e fisiologica. Allo stesso tempo bisogna riconoscere che adeguati livelli di cortisolo producono risposte salutari e adattive in condizioni di stress.

Sono state avanzate le seguenti ipotesi:

  1. Coloro che hanno uno stress mindset positivo vorranno ricevere un feedback anche in condizioni stressanti
  2. Coloro che hanno uno stress mindset negativo cercheranno di evitare o gestire lo stress al fine di non incorrere in conseguenze spiacevoli
  3. Coloro che hanno uno stress mindset positivo avranno livelli di cortisolo più adattivi

Per verificare queste tre ipotesi somministrano lo SMM a 63 studenti universitari. Alla fine del semestre vengono presi dei campioni di saliva dai partecipanti: all’inizio, a metà e alla fine di una giornata di lezione normale, per valutare i livelli medi di cortisolo. Gli studenti sono stati poi sottoposti a un test in cui dovevano autovalutarsi nelle componenti del carisma (intelligenza emotiva, persuasione, sicurezza), poi a dei partecipanti scelti casualmente venivano dati a disposizione 10 minuti per preparare un discorso da trasmettere in modo carismatico alla classe. Vengono informati del fatto che riceveranno una valutazione da parte della classe. Inoltre, vengono registrati e informati del fatto che riceveranno una valutazione da parte di un team di esperti sulle abilità in generale e sul comportamento non verbale. I partecipanti vengono istruiti circa la possibilità di ricevere il feedback durante il discorso, oppure in un secondo momento. I ricercatori hanno anche somministrato un questionario, per misurare la volontà di ricevere il feedback, misurata su una scala da 1 a 9 punti. Sono stati misurati poi, i livelli di cortisolo e le strategie di regolazione emotiva; queste ultime potevano consistere in una rivalutazione cognitiva delle emozioni o in una loro soppressione. Dai dati misurati è emerso che la quantità di cortisolo nel giorno dell’esperimento fosse significativamente più elevata rispetto al giorno di scuola normale. Il 75% degli studenti ha scelto di ricevere un feedback se fossero stati scelti come speaker. Comunque, solo il 25% dei partecipanti ha scelto di ricevere il feedback in un secondo momento da parte del team di esperti. Per quanto riguarda altri dati, i ricercatori hanno trovato un’associazione positiva tra stress mindset positivo e desiderio di feedback, in linea con la prima ipotesi. I ricercatori non hanno trovato invece alcun effetto principale dello stress mindset sulla quantità di cortisolo secreta durante lo stress acuto. Bisogna comunque riportare che gli sperimentatori, hanno trovato un effetto moderatamente significativo dello stress mindset positivo sulle persone che avevano un’alta reattività al cortisolo e sulle persone che avevano una bassa reattività al cortisolo. Ovvero, lo stress mindset positivo tamponerebbe la risposta al cortisolo in chi ha una elevata reattività a quest’ultimo e invece incrementerebbe la risposta al cortisolo in chi ha una bassa reattività allo stesso, questo, và ricordato, però, che è un effetto piccolo che necessita di ulteriori studi. Concludendo, si può senza ombra di dubbio affermare che, l’idea che lo stress sia dannoso è effettivamente incompleta. Alimenta degli stereotipi che non aiutano a migliorare il benessere dei collaboratori nelle aziende e nelle vite delle persone in genere. Dagli studi succitati emerge chiaramente quanto siano importanti le lenti attraverso le quali guardiamo il mondo che, in questo caso, sono i nostri pensieri e credenze che sono in grado direttamente o indirettamente di aumentare o diminuire il nostro benessere. Abbiamo visto come i pensieri sembrino influenzare i parametri fisiologici del nostro corpo e influire sulle performance cognitive e lavorative. Uno stress mindset positivo ci può aiutare a vivere in maniera totalmente differente il modo in cui affrontiamo le giornate di lavoro, permettendoci di cogliere come sfide le situazioni quotidiane, che possono essere viste come un’occasione per incrementare le proprie abilità, mantenere una mente attiva, dinamica e pronta alle opportunità.

SCRITTO DA GIORGIO MURELLO

Bibliografia

  • Crum, A., Salovey, P., & Achor, S. (2013). Rethinking stress: The role of mindsets in determining the stress response. Journal Of Personality And Social Psychology, 104(4), 716-733. doi: 10.1037/a0031201
  • Jamieson, J., Nock, M., & Mendes, W. (2012). Mind over matter: Reappraising arousal improves cardiovascular and cognitive responses to stress. Journal Of Experimental Psychology: General, 141(3), 417-422. doi: 10.1037/a0025719

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