Mentire è un’operazione complessa

  • 06-08-2021
  • Amministratore

Duemila anni fa in India all’ipotetico bugiardo veniva messo un chicco di riso in bocca e gli veniva detto di masticarlo: se riusciva a sputarlo significava che stava sostenendo la verità, in caso contrario voleva dire che la paura di essere scoperto gli aveva reso la gola asciutta e così la sua colpevolezza veniva confermata.

Molte ricerche scientifiche e anni di studio, in questi duemila anni, hanno evidenziato che smascherare un bugiardo è tutt’altro che facile. Innanzitutto, l’intelligenza è importante. Ci sono evidenze che suggeriscono che preparare con cura una bugia non è più di tanto utile negli individui poco furbi (Ekman, Frank, 1993).
Mentire è un’operazione complessa, sono molti i fattori da tenere sotto controllo, essi entrano in funzione contemporaneamente (parole, pause, tono e timbro di voce, posizione del corpo, mimica facciale, espressioni, ecc.) e, di solito chi mente non riesce a controllare ogni aspetto del suo comportamento.
Chi osserva, però, tende a prendere in considerazione le fonti di informazione meno attendibili, ad esempio le parole e la mimica facciale, e a trascurare quelle che, invece, inviano indizi migliori.
Anche i tempi sono importanti. Le bugie spontanee sono precedute da lunghi periodi di latenza rispetto alle verità spontanee, mentre le bugie pianificate hanno periodi di latenza di gran lunga superiori a quelli delle verità pianificate (DePaulo et al., 2003). I bugiardi manifestano maggiori momenti di esitazione quando la bugia da raccontare incontra un alto sforzo cognitivo rispetto a quando la menzogna da dire risulta semplice nell’elaborazione (Vrij, Heaven, 1999). Le reazioni verbali e non verbali possono presentarsi in anticipo o in ritardo rispetto all’avvenimento causante la reazione della persona, cosi come l’esatta collocazione di un’espressione (facciale o gestuale) . Ad esempio, un pugno sbattuto sul tavolo accompagnato dall’espressione ‘non ne posso più’ sarà probabilmente falsa se l’espressione verbale e quella del viso avverranno successivamente.
Nel 1939, Keeler inventò la famosa macchina della verità, chiamata anche poligrafo. Si tratta di uno strumento che registra i cambiamenti fisiologici, come il ritmo respiratorio, la pressione sanguigna, il ritmo cardiaco, la sudorazione ed il riflesso psicogalvanico che, seguendo il cambiamento del tono emotivo, vengono ritenuti indicativi della difficoltà del soggetto in alcune circostanze. Il poligrafo, però, non è concettualmente finalizzato a rilevare la menzogna in sé, quanto piuttosto lo stato emotivo. Successivi strumenti sono stati inventati e utilizzati, sottoposti a studi in laboratorio, ma con efficacia scarsa a causa di varie limitazioni. Nell’ambito delle ricerche di neuroscienze sono state utilizzate anche tecniche di scansione come la PET (tomografia a emissione di positroni) e la f MRI (risonanza magnetica funzionale) che permettono di vedere quali parti del cervello si attivano o si disattivano quando compiamo un’azione, misurando le variazioni di flusso ematico o il metabolismo cerebrale durante l’esecuzione di particolari compiti cognitivi.
Questi strumenti, per vari motivi non sono pratici da utilizzare, in particolare, passato di moda il poligrafo, e con l’evoluzione che ha preso piede negli ultimi anni in questo campo, gli esperti e i ricercatori hanno offerto alla CIA e ad organizzazioni peritali e altri ambiti ancora nuovi strumenti di analisi del comportamento non verbale: il FACS, l’ISFE, il BCS. Questi strumenti permettono di osservare oggettivamente le emozioni e le incongruenze del nostro interlocutore in diversi contesti, come quello investigativo. In generale, la capacità media delle persone di distinguere tra verità e bugia è pari al 54% (praticamente il lancio di una monetina). Esistono, però, corsi che consentono di aumentare questa probabilità fino a livelli di performance pari al 90%. Imparare a leggere le espressioni facciali e il linguaggio del corpo in tutti i suoi canali rappresenta un vantaggio sia in ambito professionale sia in ambito privato, in quanto consente di comunicare con maggiore efficacia con tutti gli interlocutori. Una volta riconosciute le emozioni, si tratta di scegliere cosa fare di questa informazione.
Per quanto riguarda le tecniche investigative possiamo annoverare Vrij (2008) il quale h strutturato una metodologia di intervista che si basa sullo sforzo cognitivo. Approfondiremo questa tecnica nel prossimo articolo, continuate a seguirci!

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