Introduzione alla rubrica dell’analista comportamentale: accenni sulla menzogna

  • 22-07-2021
  • Amministratore

👉“Gli uomini credono di più ai loro occhi che alle loro orecchie” recitava Seneca. Leggere il comportamento non verbale è qualcosa che abbiamo codificato nei nostri geni ancor prima del linguaggio. Gli uomini primitivi comunicavano attraverso il linguaggio non verbale, con la civilizzazione questa esigenza è andata via via estinguendosi. Ma, abbiamo ancora dentro di noi una minima capacità di percezione e induzione, e impegnandoci possiamo riuscire a capire cosa gli altri ci vogliono dire anche solo guardandoli comunicare con il loro corpo.
Comportamenti come deglutire, stringere le labbra o un improvviso abbassamento della voce possono risultare indici attendibili di bassa credibilità quando colti nel giusto contesto e valutando con attenzione chi si ha di fronte.

 

Le espressioni facciali sono importanti, ma non sono le uniche a dover essere prese in considerazione. Ekman et al. (1998), hanno scoperto che i sorrisi sinceri sono espressioni di chi dice la verità, mentre chi mente utilizza più sorrisi finti, che questi ultimi sono più asimmetrici (Rinn, 1979), e che chi dice la verità tende a mostrare più illustratori (Friensen et al., 1979): semplici azioni manuali come versare il caffè saranno più complicate se allo stesso momento si sta costruendo una menzogna, di conseguenza si tenderà a parlare interrompendo manualmente l’eventuale movimento in corso. Coloro che meglio esprimono le espressioni facciali di rabbia, gioia, tristezza, paura, sorpresa e disgusto appaiono più credibili di coloro che hanno inferiori capacità motorio espressive (Riggio end Friedmman, 1983) .

Le emozioni che prova una persona quando mente sono importanti. Quattro in particolare possono essere associate al comportamento ingannevole, ovvero paura, eccitazione, senso di colpa e vergogna (DePaulo et al. 2003). Chi mente può avere paura di essere scoperto, può eccitarsi all’idea di riuscire a fregare qualcuno, può sentirsi in colpa per aver cercato di ingannare il prossimo, addirittura arrivare a vergognarsi.

Se un soggetto pensa di non ricavarne alcun vantaggio, o qualora si senta legittimato, mentendo non proverà nessun senso di colpa per la propria bugia. Anzi, talvolta una persona può provare il cosiddetto piacere della beffa, ovvero la soddisfazione di aver saputo giocare d’astuzia, parallela al godimento della sfida, la gioia di aver avuto la meglio su qualcuno, spesso riscontrabile attraverso il sorriso di disprezzo (Legiša, 2015).

Generalmente è possibile conoscere il grado di probabilità di una menzogna, ma sono rari i casi in cui siamo sicuri che una persona stia mentendo. Il mentitore non può impedire alcuni suoi comportamenti che potrebbero tradirlo. È possibile riscontrare due categorie di indizi nella menzogna: indizi rivelatori che mettono inavvertitamente a nudo la verità e indizi di falso in cui il comportamento del mentitore permette solo di sospettare che dichiari del falso senza avere una certezza assoluta. Sostanzialmente, nascondere o fingere un’emozione non è facile per cui una volta che il mentitore decide di intraprendere la strada del bugiardo deve cercare di nascondere e minimizzare la bugia.
Ricerche importanti di Vrji e colleghi nel corso di questi anni hanno messo in luce le tecniche da utilizzare durante un interrogatorio, e gli indizi che possiamo rilevare sia osservando il non verbale sia il verbale.
Ne parleremo nel prossimo articolo, vi aspettiamo sulla Rubrica dell’analista comportamentale.

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