LA RELAZIONE MEDICO-PAZIENTE IN PSICHIATRIA

  • 01-09-2015
  • Jasna Legiša

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SCRITTO DA Tiziana Corteccioni www.tizianacorteccioni.it

La relazione medico-paziente ha un ruolo fondamentale nell’assistenza sanitaria in particolare nell’assistenza medica. Una revisione sistematica della letteratura ha individuato i comportamenti verbali e non verbali del medico durante l’incontro con il paziente favorenti gli esiti della terapia. Negli studi esaminati osservatori neutrali hanno espresso il loro parere sui comportamenti presenti nelle relazioni tra pazienti e medici di famiglia partecipando agli incontri, guardando videocassette ed ascoltando audiocassette.

 

Ogni studio è stato valutato per la qualità dei metodi utilizzati e per la capacità di individuare le relazioni statisticamente significative tra specifici comportamenti medici e il riferito benessere clinico dei pazienti. Sono stati considerati 14 studi sulla comunicazione verbale e 8 studi sulla comunicazione non verbale.

 

Osservando i risultati degli studi i comportamenti verbali positivamente associati ad un benessere clinico del paziente sembrerebbero essere empatia, rassicurazione, supporto, domande focalizzate sul paziente, lunghezza degli incontri, anamnesi, spiegazioni, stili comunicativi medici attivi e passivi, rinforzi positivi, umorismo, richiesta di informazioni psicosociali, tempo impiegato nell’educazione o informazione sanitaria, condivisione di contenuti, cordialità, cortesia, orientamento del paziente durante la visita, riepilogo, chiarimenti.

I comportamenti non verbali positivamente associati ai risultati clinici ottenuti del paziente risulterebbero, invece, i seguenti: annuire testa, piegarsi in avanti, orientamento diretto del corpo, non incrociare le gambe o le braccia, avere le braccia simmetriche e non mantenere a lungo il contatto oculare sul paziente. Il comportamento medico quindi sembrerebbe migliorare i risultati ottenuti dal paziente nel percorso terapeutico anche grazie alla comprensione e all’adesione alle cure da parte del paziente il quale mostrerebbe anche un livello elevato di soddisfazione generale (Beck et al., 2002). Tali comportamenti sembrerebbero efficaci anche se il paziente in questione è affetto da disturbi psichici.

Il paziente affetto da disturbi psichici, infatti, è come ogni paziente un individuo dotato di emozioni ed aspettative sull’esito della terapia. Il trattamento farmacologico e/o psicoterapeutico è finalizzato al completo benessere clinico del paziente ed al recupero del funzionamento quotidiano perduto.

Nell’ambito della Psichiatria alcune gravi patologie possono rendere difficile l’instaurarsi di una relazione medico-paziente sufficientemente collaborativa. I pazienti affetti da schizofrenia, ad esempio, sono spesso privi di consapevolezza cognitiva (anche detta insight) della loro patologia.

La consapevolezza cognitiva si riferisce ai processi cognitivi coinvolti nella rivalutazione da parte dei pazienti delle loro esperienze anomale (allucinazioni) e delle loro interpretazioni sbagliate (deliri). Alcuni studi hanno esaminato la relazione tra insight cognitivo e qualità soggettiva della vita dei pazienti affetti da schizofrenia. In uno di questi studi sono stati reclutati 71 pazienti ambulatoriali affetti da schizofrenia in fase stabile, valutati attraverso test specifici: the Beck Cognitive Insight Scale (BCIS), the Schizophrenia Quality of Life Scale Revision 4 (sqls-R4). Sono stati considerati, inoltre, i sintomi della schizofrenia presenti durante la valutazione.

Dai risultati emergerebbe che all’aumentare del livello di insight cognitivo diminuirebbe la qualità soggettiva di vita dei pazienti. La consapevolezza cognitiva, in particolare il livello di auto-riflessività, sembrerebbe pertanto associata negativamente con il livello di qualità soggettiva della vita dei pazienti ambulatoriali affetti da schizofrenia. Questo rapporto, inoltre, non sarebbe interamente dovuto all’effetto confondente dei sintomi (Kim et al., 2015).

Gli schizofrenici possono presentare un appiattimento affettivo che impedirebbe loro di stabilire relazioni familiari e sentimentali soddisfacenti. Questo potrebbe ulteriormente peggiorare la loro qualità della vita in quanto favorirebbe il ritiro sociale e la ricomparsa dei sintomi produttivi.

La prescrizione di un’adeguata terapia farmacologica spesso associata ad un adeguato numero di controlli clinici e ad un trattamento riabilitativo può permettere anche a pazienti affetti da tale patologia di ottenere risultati clinici soddisfacenti.

Riferimenti bibliografici:

www.tizianacorteccioni.it

Beck RS et al (2002). Physician-patient communication in the primary care office: a systematic review. J Am Board Fam Pract. 15(1): 25-38.

Kim JH et al (2015). Relationship between cognitive insight and subjective quality of life in outpatients with schizophrenia. Neuropsychiatr Dis Treat. 11: 2041-8.

SCRITTO DA Tiziana Corteccioni www.tizianacorteccioni.it


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